Quasi mai riprendo o ricopio ciò che è stato scritto da altri, che sia un articolo o altro.
Lo feci con il monologo di Trainspotting, l'originale e il seguito, lo feci con l'elegia dedicata a Diego Armando Maradona scritta da Domenico Mungo.
Lo faccio di nuovo ora, prendendo ciò che scrisse Domenico Mungo riguardo i fatti di Genova.
Perché amo il suo stile.
Perché amo le tematiche che tratta.
Perché le sue parole sono un coltello incandescente nella carne.
Perché scrive di vita vissuta, di fatti in cui è stato presente (vabbè, a parte Argentina-Inghilterra del 1986 😎 e del 2026)
Sono trascorsi 25 anni, ma le parole che state per leggere hanno ancora l'effetto di un pugno in faccia, sui denti, un calcio in pancia o nei coglioni per chi li ha.
SINOSSI
La polizia arriva al Media Center, fa irruzione.
Picchia, distrugge, porta via persone trascinandole per terra,
sequestra tutto quello che trova.
Decine i fermati e i feriti.
«Un massacro», dicono al telefono i primi giornalisti accorsi.
«Un massacro», confermano dal Genoa Social forum.
«Un massacro», dicono i parlamentari.
Ritirata dal Media Center: dentro restano i manifestanti,
fuori la polizia ad assediarli e gli elicotteri che volteggiano.
Sul Media Center come sulla scuola Diaz:
il complesso dove alloggiano i manifestanti,
dove hanno sede le associazioni del Genoa Social Forum.
Fuori dalla scuola ci sono un pullman e sette blindati dei Carabinieri,
dentro ci sono un centinaio di poliziotti che mettono tutto a ferro e fuoco.
Perciò servono le ambulanze che arrivano a ripetizione, a sirene spiegate.
Le prime, anzi, erano già appostate in silenzio.
Alle ore 1:30 ne saranno partite una ventina.
È tutto finito, cortei e contestazioni.
Perché l’attacco proprio ora?
Perché le vendette si organizzano a freddo.
Anzi le mattanze.
Quelli a cui è andata peggio escono in barella:
una ventina al primo giro.
Ce n’è uno che ha un pezzo di legno piantato nel braccio,
altri con teste fracassate, i nasi rotti non si contano.
Tutte le vie di uscita dalla zona sono sbarrate.
Centinaia di agenti presidiano chi si stava dirigendo verso la stazione,
per non farlo tornare indietro.
Sopra la zona del Media Center e della scuola Diaz
l’elicottero continua a indicare il rastrellamento cileno.
Ormai la zona è assiepata di giornalisti e parlamentari
che si trovavano ancora a Genova.
Nessuno viene fatto passare:
una parte dei manifestanti è ancora nelle aule,
atterrita,
mentre la polizia le dà la caccia.
CANOVACCIO
Una vecchia scuola, inscatolata da un’arrugginita cancellata verde.
Una palazzina bianca come un sudario, anche di notte, al buio.
Probabilmente è il buio che la fa risaltare,
ancora più vitrea e surreale, asettica e onirica
come il bagliore intermittente che si riflette sulla facciata.
Ma non è un sogno.
È solo il preambolo dell’incubo della democrazia.
Sinistro il blu cobalto che sgorga dai lampeggianti,
prima dei cellulari sopraggiunti sul luogo
per scortare i legionari di Stato e poi delle ambulanze,
giunte per recuperare i massacrati e i sommersi.
Le pale degli elicotteri fendono l’aria.
Illuminano e squarciano il ventre del cielo.
Perseverando in quel sottofondo continuo e onnipresente
delle giornate che avevano condotto
fino al cancello della scuola Diaz.
Un giardino spoglio, qualche albero che delinea
il confine con delle ville private, una casa di cura e
le palazzine bianche con le persiane verdi.
Quelle palazzine che a Genova vedi ovunque.
La scuola è ornata dalle impalcature dei lavori di ristrutturazione.
Uno scheletro illuminato.
Spettrale. Inerte e indifeso.
Erano arrivati così, alla spicciolata.
Erano circa le 11.
Sagome scure. Terrificanti.
Battaglioni interi di aguzzini.
Hanno incominciato a fare rumore, a vociare.
Urlavano impazziti, rabbiosi, furibondi.
A decine e decine.
Come un fiume che tracima schiuma e rabbia inarrestabile.
Blu e neri.
Con caschi di granito e bastoni di marmo.
Da un lato gli spettatori allibiti, increduli.
Decine di testimoni irrigiditi.
Videocamere e macchine fotografiche spianate.
Ci sono anche i registi popolari,
i programmatori della cultura di RaiTre,
i documentatori dello sgomento di domani.
Telefonini che chiamano altri a vedere.
A ricordare.
A registrare.
Ma che non possono fermare lo scempio.
Possono solo testimoniare.
Da un lato testimoni, si diceva.
Dall’altro mattanza.
Tonnara di carne umana. Macelleria a basso prezzo.
Capi dell’antiterrorismo, della Digos, dei servizi
operativi centrali con i loro radioloni
impugnati come antichi corni a fiato
dal timbro più grave di un oscuro oboe,
che gracchiano ordini e comunicazioni,
con le orgogliose fasce tricolori indossate a tracolla,
coordinano, indirizzano, decidono, avallano.
La strada, via Battisti,
è stata chiusa da due ali di automezzi pesanti,
lugubri, con i fari spenti,
pronti a ricevere chilogrammi di carne maciullata.
Disossata.
Dilaniata.
Corollario all’omertosa coscienza di casta.
Reparti di Carabinieri,
Celere di Roma,
reparti speciali, Digos,
dirigenti e manovalanza assortita da tutta Italia.
Hanno sfondato il cancello con una camionetta.
Con la violenza che un manganello fa quando
sfonda un cranio impaurito.
Con lo stesso rumore secco e privo di espiazione.
Caschi blu e protezioni da guerra di piazza.
Saranno duecento.
Forse di più.
Scudi imbracciati e manganelli a ruotare
affamati di carne umana.
Fazzoletti sul viso a celare, occhi che tracimano
smania omicida da dietro le visiere.
Si vedono solo gli occhi, infatti.
Ma non tradiscono emozione.
Volti coperti che urlano e fremono eccitati.
La preda è lì, a pochi metri.
Protetta solo da un portone che cede sotto la pressione.
I vetri si polverizzano in migliaia di frammenti
nel fragore che esplode.
Hanno scalato i tre gradini.
Hanno sfondato la porta urlando tre volte «Polizia!!!».
Dentro. Il capo davanti. Tutti quanti gli altri dietro.
Nel buio.
L’atrio della scuola, abituato a essere calpestato
e attraversato da giovani corpi in cerca d’istruzione,
di sapere, di conoscenza, di civiltà e cultura,
ora è il passaggio di un esercito di anfibi pesanti
che calpestano e scalciano di nuovo, come qualche ora prima
scalciavano e calpestavano corpi
lungo la sciarada di lacrime sull’asfalto rovente di Genova.
Un’anabasi verso l’orrore.
Alcuni sono ancora insozzati dal sangue che
non ha fatto in tempo ad asciugarsi, a raggrumarsi,
per potersi dire stantio.
Alcuni irrigano di nuova linfa rubra il dolore che
ancora sfiatava dal cuoio aguzzo come una lama.
I tabelloni con gli elenchi degli scrutini riflettono
dalle teche la marmaglia in divisa che
maramaldeggia sui deboli ignari.
E ancora non si placano.
Avanzano inseguendo le scale che
conducono verso improvvisati bivacchi notturni.
Di sacchi a pelo accovacciati che contengono ragazzi da smembrare.
Non sono le body bags!
Sono sacchi a pelo!
Contengono i vivi, non i morti che volevate!
Un altro morto ancora e ancora e ancora,
ancora di più di quello che fu venerdì!
Ricordate? Quel burattino di carne?
Quello che fu venerdì. In Piazza Alimonda!
Quanti di voi che correte rabbiosi su per le rampe,
svaligiando le stanze,
irrompendo nell’anima prima che nel corpo
di vergini e infanti dai capelli colorati,
osservavano il cadavere venerdì?
Quanti di voi?
Smettete!
Fermatevi!
Le urla agghiacciate di chi vede dall’altro lato della strada,
dalle finestre inviolate del Media Center.
Non sono body bags, sono solo dei sacchi a pelo!
Servono per dormire, non per morire!
Smettetela ancora e ancora!
Forse in molti non se lo ricordano,
ma a Genova, oltre il buio, c’è il mare.
Erano già tutti e 93 sdraiati per terra.
Alcuni ancora trafficavano con i computer e i fax.
C’era da dire, documentare
e raccontare su quello che era appena stato.
Sui giorni dell’ira solcati dai lacrimogeni
e dall’acido citrico di inutili limoni da ipermercato.
Hard disk gravidi di voci, immagini, parole,
per non dimenticare nulla.
Per non minimizzare,
per non seppellire nell’oblio revisionista del poi.
Bisognava dire.
La carica è infame.
Travolge e sommerge come il fango di un’alluvione.
Ma è più dolorosa.
Non uccide in silenzio.
Lo fa mentre urla di violenza e disprezzo.
Alcuni fra i martiri ignari con i telefonini gridano «Help!».
Verso il mondo là fuori. «Prensa! prensa!».
Invano.
Ma il grido si strozza nell’etere.
Urla di guerra.
Gutturali come ululati primordiali.
Le divise non frenano il cattivo selvaggio.
Anzi lo aizzano come si fa coi cani da guardia liberati dal giogo.
Vi ammazziamo tutti!
Comunisti e anarchici di merda!
Vi ammazziamo tutti!
Terroristi di merda!
Puzzate, schifosi, puzzate come bestie da macero.
Polmoni perforati dalle loro stesse costole
spezzate come fiammiferi di peltro.
Milze spappolate.
Denti che volano in aria o mordono la pietra.
Teste spaccate che penzolano.
Il pavimento di pietra con le mattonelle a chiazze
si ingombra di sangue rappreso,
grumi di cervello che escono dal naso.
È una scuola.
Sembra un mattatoio.
È una palestra.
Sembra un inferno dantesco.
È un laboratorio.
Sembra un obitorio di vivi.
È una latrina.
Qualcuno ci ficca la testa di altri con forza e violenza
fino a farla rimbalzare sul termosifone di ferro battuto.
Nel lavandino un rivolo di sangue gorgheggia e scompare.
L’elicottero fa cerchi concentrici illuminando il massacro.
Sembra quasi che voglia avvisare tutta la città
di ciò che sta accadendo.
Ma ormai lo sapranno tutti, di sicuro.
Di là della strada si vede ciò che si riesce.
Le finestre illuminate,
lasciate spalancate per sconfiggere il caldo di un luglio
La colonna sonora suggerita sarebbe Psyco Killer dei Talking Heads.
Io preferisco questa, di cui inserisco il video.
Il testo non è quello che avete letto, se siete arrivati fino a qui.
Però l'atmosfera sul palco, la lettura di quelle frasi da parte di Mungo,
la chitarra in sottofondo, tranquilla, ipnotica, ingannevole. E quel ronzio
fastidioso come un tafano.
E poi l'esplosione rock.
Potente come i colpi di manganello.
Dopo 25 anni qualcuno continua a sostenere che fu una reazione causata da quanto successo il giorno prima, da quanto causato dai Black Block. Da quanto successe in piazza Alimonda il 20 luglio.
Un ragazzo con un estintore contro una Beretta.
Mi viene in mente il gioco "carta, sasso, forbice" ma anziché sorridere mi sale la rabbia, per come si continui a giustificare.
Amnesty International definì quanto accadde alla Diaz, a Bolzaneto « La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale ».
Prima serata della Festa di Mezza Estate all'ex cava Madonna del Gerbido, a Carignano.
In apertura la cover band "Angeli di Strada" e poi verso le 22:50 ecco the King, Giuliano Palma e la sua band, la sua orchestra, in cui militano anche un paio di vecchie conoscenze ossia Matteo Pozzi alle tastiere ed Eugenio "Gege" Odasso alla chitarra.
Ritorniamo a vedere Giuliano, solista, la prima volta dal 2013 ed è sempre tanta roba.
Quasi due ore di concerto, senza mai abbandonare il palco. Il solito carisma da leader, tra momenti di intrattenimento con il pubblico e con le prime file di spettatori appoggiati alla transenna e canzoni che restano indimenticate e indimenticabili.
E infatti la gente già al terzo brano balla e canta come se non si fosse mai spezzato o affievolito il legame con lui e con molto del repertorio Bluebeaters.
Unico neo, forse, l'outfit del King (il colore della maglietta sotto il completo blu 😄).
Questo post è dedicato agli amici di vecchissima data che hanno seguito e amato Giuliano Palma & the Bluebeaters.
In questa serata ci hanno invece accompagnato Manu ed Elisabetta.
Contenti di averlo rivisto, ascoltato e applaudito, dall'inizio alla fine.
Perchè certi concerti sono belli grazie a chi è sul palco e grazie a chi li ascolta. E Giuliano da sempre dice che gli artisti esistono grazie al pubblico. Grazie a voi, dice. Ossia alla nostra presenza.
Il finale?
con "Messico e nuvole", sempre più veloce e i saluti finali "arrivederciiiiii...Carignanooooo".