mercoledì 15 luglio 2026

alla Diaz, 2001-2026

sabato 21 luglio 2001

Quasi mai riprendo o ricopio ciò che è stato scritto da altri, che sia un articolo o altro.

Lo feci con il monologo di Trainspotting, l'originale e il seguito, lo feci con l'elegia dedicata a Diego Armando Maradona scritta da Domenico Mungo.

Lo faccio di nuovo ora, prendendo ciò che scrisse Domenico Mungo riguardo i fatti di Genova.

Perché amo il suo stile.
Perché amo le tematiche che tratta.
Perché le sue parole sono un coltello incandescente nella carne.
Perché scrive di vita vissuta, di fatti in cui è stato presente (vabbè, a parte Argentina-Inghilterra del 1986 😎 e del 2026)


Sono trascorsi 25 anni, ma le parole che state per leggere hanno ancora l'effetto di un pugno in faccia, sui denti, un calcio in pancia o nei coglioni per chi li ha.

SINOSSI

La polizia arriva al Media Center, fa irruzione. 
Picchia, distrugge, porta via persone trascinandole per terra, sequestra tutto quello che trova. 
Decine i fermati e i feriti.
«Un massacro», dicono al telefono i primi giornalisti accorsi. 
«Un massacro», confermano dal Genoa social forum. 
«Un massacro», dicono i parlamentari.

Ritirata dal Media Center: dentro restano i manifestanti, 
fuori la polizia ad assediarli e gli elicotteri che volteggiano. 
Sul Media Center come sulla scuola Diaz: il complesso dove alloggiano i manifestanti, 
dove hanno sede le associazioni del Genoa Social Forum.

Fuori dalla scuola ci sono un pullman e sette blindati dei Carabinieri, 
dentro ci sono un centinaio di poliziotti che mettono tutto a ferro e fuoco. 
Perciò servono le ambulanze che arrivano a ripetizione, a sirene spiegate.
Le prime, anzi, erano già appostate in silenzio. 
Alle ore 1:30 ne saranno partite una ventina. 
È tutto finito, cortei e contestazioni.
Perché l’attacco proprio ora?
Perché le vendette si organizzano a freddo. 
Anzi le mattanze.

Quelli a cui è andata peggio escono in barella: una ventina al primo giro. 
Ce n’è uno che ha un pezzo di legno piantato nel braccio, altri con teste fracassate, i nasi rotti non si contano. 
Tutte le vie di uscita dalla zona sono sbarrate.
Centinaia di agenti presidiano chi si stava dirigendo verso la stazione, 
per non farlo tornare indietro.
Sopra la zona del Media Center e della scuola Diaz
l’elicottero continua a indicare il rastrellamento cileno.
Ormai la zona è assiepata di giornalisti e parlamentari che si trovavano ancora a Genova. 
Nessuno viene fatto passare: una parte dei manifestanti è ancora nelle aule,
atterrita, 
mentre la polizia le dà la caccia.

CANOVACCIO

Una vecchia scuola, inscatolata da un’arrugginita cancellata verde.
Una palazzina bianca come un sudario, anche di notte, al buio.
Probabilmente è il buio che la fa risaltare, 
ancora più vitrea e surreale, asettica e onirica 
come il bagliore intermittente che si riflette sulla facciata.
Ma non è un sogno. 
È solo il preambolo dell’incubo della democrazia.

Sinistro il blu cobalto che sgorga dai lampeggianti, 
prima dei cellulari sopraggiunti sul luogo
per scortare i legionari di Stato e poi delle ambulanze, 
giunte per recuperare i massacrati e i sommersi.
Le pale degli elicotteri fendono l’aria. 
Illuminano e squarciano il ventre del cielo. 
Perseverando in quel sottofondo continuo e onnipresente 
delle giornate che avevano condotto 
fino al cancello della scuola Diaz.
Un giardino spoglio, qualche albero che delinea
il confine con delle ville private, una casa di cura e
le palazzine bianche con le persiane verdi. 
Quelle palazzine che a Genova vedi ovunque.
La scuola è ornata dalle impalcature dei lavori di ristrutturazione.
Uno scheletro illuminato. 
Spettrale. Inerte e indifeso.
Erano arrivati così, alla spicciolata.
Erano circa le 11.
Sagome scure. Terrificanti.
Battaglioni interi di aguzzini. 
Hanno incominciato a fare rumore, a vociare.
Urlavano impazziti, rabbiosi, furibondi.
A decine e decine. 
Come un fiume che tracima schiuma e rabbia inarrestabile. 
Blu e neri. 
Con caschi di granito e bastoni di marmo.
Da un lato gli spettatori allibiti, increduli.
Decine di testimoni irrigiditi. 
Videocamere e macchine fotografiche spianate. 
Ci sono anche i registi popolari,
i programmatori della cultura di RaiTre, 
i documentatori dello sgomento di domani.
Telefonini che chiamano altri a vedere. 
A ricordare. 
A registrare.
Ma che non possono fermare lo scempio. 
Possono solo testimoniare.
Da un lato testimoni, si diceva. 
Dall’altro mattanza.
Tonnara di carne umana. Macelleria a basso prezzo.
Capi dell’antiterrorismo, della Digos, dei servizi
operativi centrali con i loro radioloni
impugnati come antichi corni a fiato dal timbro più grave di un oscuro oboe, 
che gracchiano ordini e comunicazioni, 
con le orgogliose fasce tricolori indossate a tracolla, 
coordinano, indirizzano, decidono, avallano.
La strada, via Battisti, è stata chiusa da due ali di automezzi pesanti, 
lugubri, con i fari spenti, pronti a ricevere chilogrammi di carne maciullata. 
Disossata.
Dilaniata. 
Corollario all’omertosa coscienza di casta.
Reparti di Carabinieri, 
Celere di Roma, 
reparti speciali, Digos, 
dirigenti e manovalanza assortita da tutta Italia.
Hanno sfondato il cancello con una camionetta. 
Con la violenza che un manganello fa quando
sfonda un cranio impaurito. 
Con lo stesso rumore secco e privo di espiazione.
Caschi blu e protezioni da guerra di piazza. 
Saranno duecento. 
Forse di più.
Scudi imbracciati e manganelli a ruotare affamati di carne umana.
Fazzoletti sul viso a celare, occhi che tracimano
smania omicida da dietro le visiere.
Si vedono solo gli occhi, infatti. 
Ma non tradiscono emozione.
Volti coperti che urlano e fremono eccitati. 
La preda è lì, a pochi metri. 
Protetta solo da un portone che cede sotto la pressione. 
I vetri si polverizzano in migliaia di frammenti nel fragore che esplode.
Hanno scalato i tre gradini.
Hanno sfondato la porta urlando tre volte «Polizia!!!».
Dentro. Il capo davanti. Tutti quanti gli altri dietro. 
Nel buio.
L’atrio della scuola, abituato a essere calpestato
e attraversato da giovani corpi in cerca d’istruzione, 
di sapere, di conoscenza, di civiltà e cultura, 
ora è il passaggio di un esercito di anfibi pesanti 
che calpestano e scalciano di nuovo, come qualche ora prima 
scalciavano e calpestavano corpi 
lungo la sciarada di lacrime sull’asfalto rovente di Genova.
Un’anabasi verso l’orrore.
Alcuni sono ancora insozzati dal sangue che
non ha fatto in tempo ad asciugarsi, a raggrumarsi, 
per potersi dire stantio. 
Alcuni irrigano di nuova linfa rubra il dolore che 
ancora sfiatava dal cuoio aguzzo come una lama.
I tabelloni con gli elenchi degli scrutini riflettono 
dalle teche la marmaglia in divisa che 
maramaldeggia sui deboli ignari.
E ancora non si placano. 
Avanzano inseguendo le scale che 
conducono verso improvvisati bivacchi notturni. 
Di sacchi a pelo accovacciati che contengono ragazzi da smembrare.
Non sono le body bags! 
Sono sacchi a pelo!
Contengono i vivi, non i morti che volevate!
Un altro morto ancora e ancora e ancora, 
ancora di più di quello che fu venerdì!
Ricordate? Quel burattino di carne?
Quello che fu venerdì. In Piazza Alimonda!
Quanti di voi che correte rabbiosi su per le rampe, 
svaligiando le stanze, 
irrompendo nell’anima prima che nel corpo 
di vergini e infanti dai capelli colorati, osservavano il cadavere venerdì?
Quanti di voi?
Smettete!
Fermatevi!
Le urla agghiacciate di chi vede dall’altro lato della strada, 
dalle finestre inviolate del Media Center.
Non sono body bags, sono solo dei sacchi a pelo!
Servono per dormire, non per morire!
Smettetela ancora e ancora!
Forse in molti non se lo ricordano, 
ma a Genova, oltre il buio, c’è il mare.
Erano già tutti e 93 sdraiati per terra. 
Alcuni ancora trafficavano con i computer e i fax.
C’era da dire, documentare e raccontare su quello che era appena stato. 
Sui giorni dell’ira solcati dai lacrimogeni 
e dall’acido citrico di inutili limoni da ipermercato.
Hard disk gravidi di voci, immagini, parole, 
per non dimenticare nulla. 
Per non minimizzare, 
per non seppellire nell’oblio revisionista del poi.
Bisognava dire.
La carica è infame.
Travolge e sommerge come il fango di un’alluvione.
Ma è più dolorosa. 
Non uccide in silenzio.
Lo fa mentre urla di violenza e disprezzo.
Alcuni fra i martiri ignari con i telefonini gridano «Help!». 
Verso il mondo là fuori. «Prensa! prensa!».
Invano.
Ma il grido si strozza nell’etere.
Urla di guerra. 
Gutturali come ululati primordiali.
Le divise non frenano il cattivo selvaggio. 
Anzi lo aizzano come si fa coi cani da guardia liberati dal giogo.
Vi ammazziamo tutti! 
Comunisti e anarchici di merda!
Vi ammazziamo tutti! 
Terroristi di merda!
Puzzate, schifosi, puzzate come bestie da macero.
Polmoni perforati dalle loro stesse costole 
spezzate come fiammiferi di peltro. 
Milze spappolate.
Denti che volano in aria o mordono la pietra.
Teste spaccate che penzolano.
Il pavimento di pietra con le mattonelle a chiazze 
si ingombra di sangue rappreso, grumi di cervello che escono dal naso.
È una scuola. 
Sembra un mattatoio.
È una palestra. 
Sembra un inferno dantesco.
È un laboratorio. 
Sembra un obitorio di vivi.
È una latrina. 
Qualcuno ci ficca la testa di altri con forza e violenza 
fino a farla rimbalzare sul termosifone di ferro battuto.
Nel lavandino un rivolo di sangue gorgheggia e scompare.
L’elicottero fa cerchi concentrici illuminando il massacro.
Sembra quasi che voglia avvisare tutta la città
di ciò che sta accadendo.
Ma ormai lo sapranno tutti, di sicuro.
Di là della strada si vede ciò che si riesce.
Le finestre illuminate, 
lasciate spalancate per sconfiggere il caldo di un luglio che arde anche se piove, 
consentono di vedere intermittenti, interminabili, eterni, fotogrammi d’orrore.
Una donna urla, lunghissimo e lancinante stridere.
Era lì per dormire. 
Una giovane tedesca. 
Domani c’è il treno.
È domenica, si torna a casa. 
Pensava prima del primo colpo furioso.
I vetri delle finestre vengono infranti dall’interno. 
Qualcosa vola giù nell’aria buia, 
lievi come i coriandoli a Natale o simili alla cenere dopo un’eruzione vulcanica.
Oggetti comuni, intimi, privati. 
Pacchetti di sigarette. 
Magliette. 
Penne biro. 
Libri di filosofia e di poesia.
Sacchi a pelo violati. 
Strappati. 
Svuotati. 
Esanimi.
Tutto si accumula in un lago di sangue.
Marmellata cerebrale impiastricciata sulle mattonelle, sui sifoni, negli angoli più improbabili. 
Scie di sangue disegnano percorsi di fughe mai terminate.
Come le tracce lasciate dalla selvaggina braccata dai lupi. 
Senza speranza se non la disperazione.
Quattro poliziotti fra i cento del branco, 
due con cintura bianca e gli altri in borghese, 
infierendo su esseri umani inermi a terra, continuano la mattanza
anche all’ultimo piano. 
Al buio flebile di una torcia elettrica. 
Sembra una macelleria messicana.
Nella sala dei computer, per terra, una ragazza
con la testa rotta in una pozza di sangue.
«Ma perché lo avete fatto?»
chiese un lustro dopo un magistrato ripresosi dal torpore a un funzionario di Polizia presente all’assalto.
«Io so solo che quella notte dovevamo fare qualche cosa, 
dovevamo reagire a quella cosa che era durata tre giorni nelle strade di Genova.
Avevamo una strana euforia selvaggia nella testa.
Eravamo un poco pressati, eravamo, come dire, condizionati. 
E decidemmo di intervenire, e così operammo».
Semplice, no?

EPILOGO 
«Il cancello si apriva in continuazione» 
racconta il poliziotto.
«Dai furgoni scendevano quei ragazzi e giù botte. 
Li hanno fatti stare in piedi contro i muri.
Una volta all’interno gli sbattevano la testa contro il muro. 
A qualcuno hanno pisciato addosso, 
altri colpi se non cantavano Faccetta nera. 
Una ragazza vomitava sangue e le kapò dei Gom la stavano a guardare. 
Alle ragazze le minacciavano di stuprarle con i manganelli».


Tratto da Avevamo ragione noi di Domenico Mungo
Eris Edizioni 


La colonna sonora suggerita sarebbe Psyco Killer dei Talking Heads.

Io preferisco questa, di cui inserisco il video.
Il testo non è quello che avete letto, se siete arrivati fino a qui.
Però l'atmosfera sul palco, la lettura di quelle frasi da parte di Mungo, 
la chitarra in sottofondo, tranquilla, ipnotica, ingannevole.
E poi l'esplosione rock. 
Potente come i colpi di manganello. 

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